Jaroslav Rudiš - texty, ukázky, pøeklady, povídky

Jaroslav Rudiš – Il cielo sotto Berlino

Suoni

Le persone si ricordano gli avvenimenti in base ai suoni. In base ad essi li classificano, li perdono e li trovano di nuovo. Il mondo e una fucina di suoni, le orecchie manubri. Andiamo dove ci guidano loro. Sono in piedi alla finestra, tengo in mano la cornetta e aspetto di sentire chi rispondera.

“Macha. Per favore.” Dico: “Buon giorno. Qui e Bém. Signor direttore, le volevo dire che oggi pomeriggio non vengo alla riunione. No… nemmeno domani vengo. Cioe non vengo piu… Allora arrivederci… E non si arrabbi.”

Dalla cornetta tuono: “Cosa… Come… Chi… Che succede… Bem, che sta farneticando?”

Appoggiai la cornetta sul bordo di un vaso, misi su l’acqua per il caffe e lasciai Macha farfugliare fra le piante.

“Pronto.pronto-pronto. Che cos’ha in mente? Cosi all’inizio dell’anno scolastico. E’ ancora la? Che sta facendo? Si svegli… E’ proprio carino da parte sua… E io adesso… Prontooo… Cazzo….”

Clic.

Un attimo di silenzio seguito da un debole bip bip dall’altro capo del filo. Poi il sibilo della caffettiera e fuori dalle finestre il rombare del pantografo diretto a Nymburk. Riattaccai, mi versai il caffe, chiusi la finestra. E aspettai il momento in cui il direttore della scuola elementare sulla Jindøisska si sarebbe fatto di nuovo sentire. Che si sarebbe fatto sentire, questo lo sapevo.

Sotto le finestre rimbomba il rapido per Liberec, una vecchia vettura motrice e due carrozze rimesse a nuovo, collegate insieme.

Il telefono sul tavolo squillo per la seconda volta.

Sapevo che se avessi risposto non me ne sarei andato. Che probabilmente avrei ceduto. Non sono un lottatore. Stare fermi fa sempre meno male che correre.

Dopo due minuti suono per la terza volta.

Non volevo andarmene.

Per la quarta volta.

Dovevo andarmene.

Non sapevo esattamente perché e non sapevo dove.

Andai a fare i bagagli. Presi la chitarra. E anche l’accordatore. Scrissi una lettera, o meglio un paio di righe: State bene. Mi faro sentire. Mi dispiace. Me ne vado e cosi, presi dalla tasca un po’ di soldi e li misi sul tavolo. Anche il libretto di risparmio. La formula magica e Elvis e morto. L’ho letto una volta inciso nel bagno al Bunker, dove andavamo a ballare con Žeòa e dove dall’inizio prendeva sempre bene. A Žeòa piaceva.

Elvis e morto.

Il Bunker e morto.

Anche il nostro gruppo di allora, che si chiamava Drobny za bùra, e morto e mio fratello non ne ha mai messo su un altro perché ha messo su famiglia e una ditta di tappezzeria.

Žeòa e viva.

Non sara sola.

Forse e per questo che scappo. Perché ne ho paura.

Versai il caffe, il telefono squillo di nuovo. Un calore mi invase la fronte. Quando sono nervoso, sento meglio e per questo a volte mi esce il sangue.

Il sangue gocciola nel lavandino. Fuori dalla finestra ringhia la vettura di smistamento, che trascina da una stazione all’altra i vagoni postali. Inclino la testa e guardo in alto il boiler, sento come un umore amaro e viscido avvolgermi la gola dall’interno. La macchia di muffa sul soffitto sembra l’Australia.

Il boiler rimbomba monotono e ferma il tempo.

Chiusi a chiave e misi la chiave nella cassetta della posta. Dopo mezzo minuto la scassinai con un coltello, presi la chiave, aprii l’appartamento e controllai se nel bagno non era aperta l’acqua.

Non era aperta. Nemmeno il gas. Il telefono non protestava. La radio non suonava. Sotto la finestra il rapido per Ostrava prendeva velocita. Nove, non dieci vagoni! Sbattei la porta. Uscii di casa e corsi per via Pribenicka a gambe levate, dal ponte al tunnel che ingoia i tram ed emette nubi di polvere.

Dietro di esso c’e il parco, accanto al parco la stazione. Dalla stazione partono i treni verso la citta dalla quale un tempo proveniva lo zio che non era proprio uno zio, per lasciarci davanti a casa un’auto che non era proprio un’auto, e aveva scavalcato il muro dell’ambasciata della Germania dell’ovest, dove ai rifugiati non distribuivano coca-cola né magliette dei Dead Kennedys e levi’s originali, come allora tutti credevamo, ma soltanto te, caffe e panini ripieni.

Camminai velocemente. Rasente al muro del tunnel scuro.

Pancho Dirk

Io e Pancho Dirk ci conosciamo gia da due mesi. Con Katrin ci conosciamo da un mese. Prima l’ha conosciuta Pancho Dirk. Ero li quando l’ha rimorchiata. Per poco non ci ho rimesso la vita. Ero li quando ha cercato di portarsela a letto. Per poco non ci ho rimesso l’onore. Ma Pancho Dirk e uno di quelli che i rifiuti non li prendono come colpi del destino.

Ci siamo incontrati nell’ubahn, come si chiama qui la metro. Ci siamo incontrati nella u5, alla stazione di Weberwiese. Entrambi avevamo una chitarra, io le sigarette, lui l’accendino.

Mi chiese di dov’ero, ed ero il primo ceco che vedeva in vita sua, poi venne fuori che in vita sua dopo il 1989 in realta, perché prima era stato varie volte con i suoi genitori al lago Machovo e sugli alti Tatra. Erano sicuramente di quei turisti della Germania est che ordinavano patatine fritte con la salsa della svièková, knedliky e crauti con la cotoletta, cosa che ai camerieri anche oggi gli puo prendere la follia omicida, come gli prendeva ai turisti cecoslovacchi quando a Rügen dovevano stare due ore in coda davanti alla birreria per avere una cotoletta con una salsa marrone e una birra piccola con lo sciroppo verde. Mio padre diceva che da queste cose si riconosce che abbiamo due culture diverse, cechi e tedeschi dell’Est.

Pancho Dirk disse che in quel periodo non aveva soldi per viaggiare, e quando li aveva preferiva andare al mare o ad Amsterdam, che l’est e sempre piu a est. Mi chiese cosa ci fosse di interessante in Boemia a parte Praga, la citta d’ora sulla Moldava – e lo proferi con tono da agenzia di viaggi Neckermann.

Gli chiesi cosa ci fosse di interessante a Berlino. Entrambi non riuscimmo a trovare niente. Niente che non fosse piu interessante e attraente di normali cose come vecchi ponti, birra, cibo o belle ragazze, soltanto che a Praga le stazioni della metro sembrano la sala cerimoniale di un crematorio e a Berlino le stazioni dell’ubahn sono piu variegate – tipo romantici castelli bavaresi, bunker abbandonati o vecchi bagni piastrellati. Come proprio Weberwiese, per esempio.

Pancho Dirk mi chiese che piani avevo, dove abitavo e cosi, e io risposi che ero arrivato da una settimana, che dormivo in una stanza di un ostello a Friedrichshain con tre americani che non bevevano birra, si facevano canne e si litigavano sulla mappa dove fosse esattamente il settore occidentale e dove quello orientale, e quanto tempo ci sarebbe voluto per oltrepassare il muro di Berlino, se ci fosse ancora. Fumavano e di Berlino non avevano ancora visto niente di piu che quella mappa.

Dico a Pancho che il mio piano e di non avere alcun piano, e lui mi propone che posso dormire da lui, e il giorno dopo che posso rimanere, che si paga duecentoottanta al mese, che in inverno bisogna aggiungere qualcosa per il carbone, ma che l’inverno e ancora lontano, ma che come e ancora lontano, altrettanto e poi lungo, che mi ci prepari, ma che ora e ancora settembre, che posso avere quella stanza e anche il divano e l’armadio e il tavolo e la sedia.

E cosi mi ci buttai.

Una settimana dopo mi propose di fare con lui i traslochi ogni tanto, che un ragazzo gli era andato via, che in dieci giorni si guadagnava da vivere comodamente per un mese, che suonando nell’ubahn almeno ci saremmo esercitati, e poi ci mettemmo d’accordo che avremmo potuto provare a mettere su un gruppo, visto che aevevamo gli stessi modelli musicali, come Bowie, i Ramones o Iggy Pop, che aveva una sala prove segreta.

Fu lui a dire che ci saremmo potuti chiamare U-Bahn, come l’ubahn, dove ci eravamo incontrati e che esprimeva tutto cio che e importante per un gruppo punkrock, cioe l’oscurita, il rumore e la velocita e cosi mi buttai anche in questo.

Ora e in piedi vicino a me e si sta facendo un caffe. “Un vero caffe deve risuonare nel cuore, proprio come ci risuonano i buoni accordi”, riempie la moka fino al massimo, avvita la parte superiore, accende il fornello, ci si appoggia e aspetta.

Pancho Dirk aspetta sempre qualcosa. Una ragazza, un lavoro, un gruppo con cui poter finalmente sfondare. Ha un anno meno di me. E’ nato in Turingia, a Mühlhausen, ha la maturita e soffre per le ragazze.

Perché si fa chiamare Pancho Dirk, se si chiama Dirk Müller? Perché gli piace molto recitare.

Una sua amica mi disse che a quanto pare era stato sei mesi a Macondo come assistente della Croce Rossa. Lo disse piena di ammirazione.

“Capisci? Per sei mesi ha cambiato bende, lottato con le zanzare, distribuito vitamine agli indiani. Io non ce la farei,” diceva quella ragazza che si chiamava Ulrike, immergendo il naso nella birra con gli occhi puntati verso Pancho, che non la considerava.

La schiuma le scorreva per il mento.

“Io non ce la farei”, ripeteva.

Ulrike non era scema. Macondo le frullo a lungo per la testa. A quanto pare nessuno lo aveva trovato sulla cartina dell’America del Sud.

Le dissi che questo non doveva per forza significare qualcosa. Le cartine spesso mentono in base alle necessita della storia. Ad esempio le cartine della dedeer. In quelle addirittura al posto di Berlino Ovest c’era una macchietta bianca. Come se nel mezzo della citta fosse spuntato un cratere o un enorme lago. Oltre il muro c’era qualcosa che non esisteva. Eppure lo si ascoltava e lo si sentiva respirare, sospirare e urlare, come si contorceva, si sforzava, come puzzava e come profumava.

Come dico, Pancho Dirk soffriva per le donne. Nonostante la sua passione fosse la musica, il suo piu grande hobby era scopare. Il punkrock era un mezzo per raggiungere l’obbiettivo. Come i ragazzi di Hitler avevano imbracciato i panzerfaust per fermare i carriarmati russi nelle strade di Berlino e avevano salvato il führer, Pancho Dirk imbraccia la chitarra per spogliare il cuore delle ragazze e scopare e scopare.

Le due cose non sono lontane. Nessuno lo ammette, ma tutti i gruppi importanti sono stati messi su per scopare. E’ solo per questo che gli Stones o i Beatles sudavano sul palco, per tirare fuori qualche canzone decente e orecchiabile e buttare l’amo… E solo quelli che lo fanno con autentica passione, raggiungono l’obbiettivo.

Quelli tipo come me che dicono di farlo solo per piacere, mentono. Anche a noi interessa una cosa sola. Ammettetelo, finalmente.

Il modo di rimorchiare, lavorarsi, conquistare e sbarazzarsi di una donna, Pancho l’aveva suddiviso in tre fasi.

La prima la chiamava Kontaktirung.

Voleva dire tutto, dal captare uno sguardo al creare un contatto, dal flirtare al proporre di lasciare il locale o il bar e di lasciarsi sparire dietro le porte del suo appartamento in Zelterstrasse 6. Nello stesso palazzo pare avesse abitato Nina Hagen, cosa che Pancho prendeva come un auspicio del destino e grazie alla quale aveva catturato varie ragazze.

Il Montirung era gia l’operazione vera e propria.

Poiché si trattava della parte piu importante di tutto il gioco, il Montirung aveva tutta una serie di sottocapitoli, che dovevano o non dovevano avere luogo. Pancho si annotava i singoli passaggi su un taccuino, che teneva infilato sotto al letto.

L’ultima fase si chiamava Demontirung.

Consisteva nel rispedire la donna indietro nel mondo. In caso si trattasse di fatica del materiale, malfunzionamento del supporto o se l’articolo si era smontato troppo velocemente e abitudinariamente, si trattava solo di lasciare la donna e a volte di costringerla a non tornare. Se invece il Montirung si era svolto in maniera interessante e nuova, Pancho Dirk dava alla ragazza il numero di telefono e si decideva a proseguire oltre nel Montirung fisico.

Nel caso ideale metteva la ragazza in regime stand-by, come ci si mette la televisione di sera, per poter essere riaccesa il giorno dopo a colazione.

“Quella e la piu grande sfacchinata,” mi ha detto.

Pancho Dirk si fa chiamare Pancho Dirk perché vuole essere cool.

Eravamo sull’ubahn e Pancho Dirk aveva bisogno di sbrigarsi perché stavamo andando al Café M, dove avremmo discusso la strategia del nostro gruppo, bevuto birra e guardato le ragazze che ci guardavano, o meglio che guardavano lui.

Voleva sbrigarsi ma non poteva, perché eravamo appesi senza corrente nel tunnel sulla u2 fra Alex e Rosa-Luxemburg-Platz. Eravamo chiusi nel primo vagone del convoglio impotenti come due mosche catturate in una ragnatela e in attesa di un aiuto dall’alto, ma la fune di emergenza non ce la gettava nessuno.

Dieci minuti.

“Vi preghiamo di essere pazienti,” strepito l’altoparlante.

Pancho Dirk accavallo le gambe e vedendo che soffriva gli lessi qualcosa da un quotidiano scandalistico che nella nostra Berlino e nella mia Praga e una delle letture da ubahn preferite.

Gli leggevo per distrarlo dalla sua impazienza. La notizia che il capo del globo si era quasi strozzato con una ciambella mentre guardava il footbal non catturo la sua attenzione. Nemmeno l’informazione che nel parcheggio di un supermercato nel quartiere Steglitz la pensionata M.D. aveva visto un terrorista barbuto che si ficcava nello zaino un quintale di patate. Non lo rallegro la notizia che la polizia doveva fare abbattere quarantaquattro dei suoi cavalli perché il municipio della nostra citta e in miseria, ma veramente in miseria e non voleva dare soldi affinché potessero ancora vivere, perché a stento aveva i soldi per farli trasportare al macello.

Diciotto minuti.

“Stiamo intensivamente provvedendo alla riparazione del guasto.”

Pancho Dirk si stava gonfiando, si mordeva un labbro fino a farsi male, come se gli avessero fatto a lui l’iniezione per i cavalli e dovesse essere lui a essere ammazzato.

Non lo aiuto la notizia che oltre alla polizia a cavallo il municipio avrebbe eliminato anche l’orchestra della polizia, la quale aveva diffuso la fama dei poliziotti fino a San Pietroburgo, Madrid e al festival musicale di Kolín. Se ci fosse stata una ragazza, avrebbe visto in che modo soffre Pancho Dirk. Ma l’Eroe di Macondo era contento che non ci fosse alcuna ragazza nei paraggi.

Non lo divertiva il fatto che i poliziotti volevano manifestare contro tutto cio e che il giornale si poneva la questione di chi sarebbe stato ad intervenire se avessero infranto la legge. Pancho Dirk annuiva, si contorceva sul sedile, sgranava gli occhi, diventava rosso e sembrava che potesse svenire da un momento all’altro. Si, non era per niente cool.

Venticinque minuti.

“Purtroppo la corrente non e ancora tornata. Per favore, mantenete la calma.”

Pancho Dirk si alzo in piedi e busso alla cabina del macchinista. Gli sussurro qualcosa all’orecchio, ma il führer scrollo la testa.

“Nein?” grido Pancho Dirk e divento ancora piu rosso.

“E una lattina, tipo di coca? E non mi potreste far uscire nel tunnel? Io davvero non ce la faccio.”

“Beh… direi di no. In circostanze normali no. Ma fate attenzione ai fili. Il piu lontano possibile dal vagone!” consiglio il führer, quando vide che in tutto il vagone eravamo soltanto in due.

Le porte laterali sibilarono. Anche Pancho Dirk. Curvo la fronte, cercava di sbottonarsi i pantaloni ma non gli riusci, bottoni persi, il treno cigolo e si mise in movimento. Le porte si chiusero.

“Cazzo,” grido. Era sollevato.

Chiese: “Cos’e che ha in mente il presidente americano con quei cavalli?” E ando a casa a cambiarsi.

Io mi mangiai un kebab.

Torno dopo mezz’ora. Indossava jeans larghi blu, maglia a collo alto nera, giacca di pelle. Si aggiusto il ciuffo ed era di nuovo cool.

Quella ragazza stava alla porta di vetro dell’Associazione degli sfigati polacchi, sicuramente si era accorta di lui perché non si era minimamente accorta di me. Era secca e alta, un po’ curva, indossava una maglietta nera con una stella rossa, una gonna stretta, i capelli chiari attorno al volto allungato le risplendevano come una corona. Mia nonna avrebbe detto che aveva un espressione un po’ golosa e che ragazze del genere non valgono niente. Perché pero a causa di donne del genere gli uomini lasciano altre donne, non era mai riuscita a spiegarmelo e comunque io mi vergognavo di chiederglielo. In generale, spesso mi vergogno di chiedere.

Pancho Dirk si sforzava di fare un espressione come se non facesse alcuna espressione, ma io lo conoscevo gia fin troppo bene. Gli brillavano gli occhi.

Ordinammo una vodka. Nelle casse si confondevano i ritmoaccordi del gruppo polacco Siamo faccia a faccia con la civilizzazione. Noi stavamo faccia a faccia col bancone basso da cui fluiva una soffusa luce blu. Nel frigorifero erano ammassate bottiglie di alcolici. La birra non era abbastanza fresca. Sul fornello cuoceva il bigos, tutto l’ambiente aveva un odore acido, un po’ come la muffa che ho lasciato nel bagno a Žižkov. Prendemmo altre due vodke. Pancho Dirk ando da qualche parte a ballare. Chiusi gli occhi, mi ricordai di un’estate al lago Mazurskie in viaggio verso l’Estonia e di quella robusta ragazza polacca con cui una notte bevemmo fino all’alba.

Stavamo stesi sulla schiena, i nasi immersi nel cielo, addosso ci cadeva l’oscurita e quella ragazza, Marina si chiamava, parlava molto.

“In Polonia ci sono due tipi di uomini. I primi nascono con una bottiglia di vodka, per tutta la vita si sbronzano e fumano e muoiono di cancro ai polmoni, come mio nonno. Poi ci sono quelli che nascono con la sigaretta in bocca e muoiono con una bottiglia di vodka sottobraccio per il fegato indurito. Questo e il caso di mio padre.”

Quelli che sono qui, ne devono sapere qualcosa. Forse ne sanno proprio tutto.

La musica naviga da un orecchio all’altro, si fa strada nel cervello e lascia la tristezza nell’anima, perché e malinconica. Inclinai la testa e voltai il bicchiere verso di me.

Dopo aver buttato giu e aperto gli occhi, stava davanti a me una quarantenne stravolta con un vestito con le spalline sottili che si stava scomponendo e una pelliccia bianca. Non disse niente. Soltanto mi pianto risolutamente davanti alla faccia un numero della rivista degli homeless Stütze. Rifiutai gentilmente.

“E compralo, stronzo. O sai gia cos’e Baautzeen?” mi urlo da un angolo un quarantenne tarchiato con i capelli corti e ricci e gli occhi piuttosto piccoli. In realta non li vedevo neanche.

“Sai che cos’e Baautzen, coglione? Questo non te l’hanno insegnato a scuola! E di questo ne puoi leggere li! O invece lo sai gia?”

Tutti lo sapevano, soltanto io ancora no. Era Igor. E Igor e di fuori.

E Bautzen?

Sfogliai l’hard-disk interno alla testa, all’indirizzo Storia e Geografia. Funzionava, anche se a fatica perché il mio cervello si stava immergendo sempre piu profondamente nella vodka Zubrovka.

Bautzen? Bautzen… Bautzen!

Bene, allora:

1) citta della Lusazia, un tempo appartenuta alle terre della Corona Boema. Ora confine orientale dell’Eurolandia.

2) In ceco Budyšín

3) Vi si trovano un bellissimo castello e una torre che sta per crollare nella valle. Una volta ci siamo andati in gita con lo zio. Ci compro un bratwurst senza pane, perché al baracchino il pane non ce l’avevano.

4) Importante crocevia ferroviario.

5) Ci vivono ancora i Serbo-Lusiziani e alcuni di essi parlano serbo e scrivono libri in serbo.

E infine

6) Era una famigerata prigione della dedeer, a quanto sembra ancora peggiore che Valdice e piu schifoso che Mirov.

Nessuno sapeva perché Igor cominciasse sempre con Bautzen. Non che avessero paura di chiederglielo, ma a nessuno interessava. Igor e sensibile. Igor e un ebreo russo. E’ di Mosca, dove aveva provato a scrivere su dei giornali. A Igor non piacciono i tedeschi, che avevano sterminato meta dei suoi antenati. Non gli piacciono neanche i russi, che ai tempi di Stalin avevano ammazzato l’altra meta. Ma soprattutto Igor detesta i tedeschi dell’ovest. Spocchiosi digitali che sano tutto, che riescono a immaginarsi la vita dietro al filo spinato piu o meno come noi riusciamo a immaginarci la vita su Marte, sbruffoni che qui comandano tutto, anche lui in quanto immigrato che vive col sussidio sociale.

All’inizio degli anni novanta aveva fatto i bagagli, preso la valigetta con la macchina da scrivere, si era seduto su un treno, per poi gettare l’ancora nel locale quartiere di palazzoni chiamato Marzahn, il cui nome non ha niente in comune col marzapane. Sarebbe lo Jižní Mìsto berlinese. Non aveva messo radici. A scrivere non ci riusciva, al lavoro non si precipitava, uno svolazzante accento slavo trascinava il suo tedesco sempre piu a est. Igor ne era consapevole e percio non parlava molto. Solo con se stesso e con un paio di amici.

Stava molto in silenzio, andava alla Sprea e vedeva il suo volto riflettersi sulla superficie del Volga. Mangiava la soljanka tedesca con pezzetti di wurstel e sentiva odore di borsc russo. Viveva e non viveva qui. Ma tornare nemmeno avrebbe voluto. Era piombato nello sconforto. Tutto cio me lo racconto in seguito Pancho Dirk.

Quando Igor beveva, apriva la bocca e riversava intorno a sé tutta la sua rabbia, senza nemmeno chiedere se a qualcuno interessasse. E beveva spesso. E quando beveva, la vodka non gli scorreva nello stomaco e nel fegato, ma gli andava nel volto. Percio era sempre gonfio e senza occhi.

“Hei! Lo sai che cos’e Bautzen? Di dove sei, buffone? Di Monaco? Chi ti credi di essere, bavarese?” mi urlo e tutti i polacchi e non polacchi persi, sfigati e perdenti, raccattati da tutto il mondo soltanto da quella loro Associazione, tutti quanti si voltarono, sghignazzarono aspettando lo spettacolo in cui insieme ad Igor avrei recitato il ruolo principale.

Pancho Dirk ballava all’altro angolo del locale con una bottiglia di birra in mano, abbandonandomi al mio destino. O meglio al destino di Igor. La ragazza magra con la stella rossa gli sorrideva, ma ogni tanto mi gettava uno sguardo. Anche lei aspettava di vedere cosa sarebbe successo. Pancho Dirk le sussurro qualcosa all’orecchio.

“Io? Io no, io sono di Praga, di Zizkov,” balbettai quando mi prese per la gola.

Igor si calmo.

“Gut. Gut ragazzo. Allora lo sai cos’e Bautzen. Lo sai cos’e quello schifoso comunismo. A differenza di tutti questi qui!” grido. Mi lascio e mi dette un colpo sulla nuca con la mano sudata.

“Una bella vodka, alla salute. Il mio viciiino diceva sempre che la Cecoslovacchia e stata salvata due volte. Una volta dai germani fascisti, questo in 1945, e una volta dai americani contrarivoluzionari, questo in 1968. La prima volta si e preso orologi, la seconda jeans e sempre bei ricordi di ragazze, che si sdraiavano da sole sotto di lui, perché il mio viciiino era bellissimo ragazzo, Marlon Brando russo ed e anche possiiibile che ha da voi un sacco di bambini, perché il mio viciiino quando sparava centrava bersaglio. Diceva sempre che gli slavi dovrebbero essere uniti, che e la nostra unica chance in questo mondo e il nostro destino, che senno non ci difendiamo dall’idra germanica e americana Allora gli ridevo in faccia ma oggi penso che aveva ragione. Bei ricooordi...uno di quegli orologi me lo ha dato. Ma facciamola finita,” mi disse e affondo nella poltrona all’angolo come un ragno che si nasconde.

“E tu fatti i fatti tuoi. Oppure la facciamo finita anche con te!” urlo a Pancho Dirk, il quale li accanto ondeggiava con quella bellissima ragazza che gli stava appesa al collo e ogni tanto mi sfiorava con lo sguardo.

Andammo a prendere l’ubahn, che arrivo soltanto dopo venti minuti. Ci stendemmo su una panchina, respirammo l’aria densa e ascoltammo il rimbombare della ventilazione. Su una pannello lampeggiava una giustificazione arancione.

Pancho Dirk fumava, alternatamene beveva una lattina di birra e abbracciava la stella rossa.

Era ubriaco.

Anche lei.

Anche io, alla fine.

Le raccontava che a Macondo per poco non si era ammalato di insonnia, e che non glielo augurerebbe. E che il presidente americano vuol far ammazzare quattrocento cavalli perché la guerra e sempre piu cara e il governo non c’ha soldi. E che in questa triste occasione suonera l’orchestra della polizia di Berlino.

La stella rossa fece una faccia come a dire che non lo sapeva, come del resto non sapeva cosa sarebbe successo quando saremmo arrivati da noi a casa e dietro di lei si sarebbe chiusa la porta della stanza di Pancho.

Ma io sapevo che si chiamava Katrin e che avrebbe voluto studiare cinema, ma che al momento studiava psicologia.

Non so quale fase Pancho Dirk avesse raggiunto con Katrin. Ma lontano non era andato.

Si infilarono dietro la porta e Katrin forse tasto sotto il letto e tiro fuori il taccuino. Comincio a leggerlo. E poi comincio a ridere ad alta voce: “Pancho, sei un idiota! Non ho mai visto niente del genere, cos’e sta roba che scrivi?”

E lesse lentamente, drammaticamente, come quando a teatro svelano l’intrigo di un fratricidio: Lucy, 28. Ho sentito per lei un sentimento un po’ piu alto, a letto non ci sapeva troppo fare, non si lasciava guidare da me, non era abbastanza indipendente e in effetti nemmeno spontanea. Scarsa esperienza, come si puo dimostrare io sono piu esperto. Alla domanda se era venuta non ha risposto, mi ha abbracciato e mi ha detto che non importa, di non essere triste, che mi ama…

“Pancho, sei proprio uno stronzo…” rise Katrin da dietro il muro. “Eh si, i ragazzi non sono niente di piu che macchine da cucire.”

Ero gia verso la meta del viaggio verso il filo sopra il quale la nostra anima si libra verso il soffitto dove si raggruppano i sogni, ma il riso di Katrin taglio di netto il filo. Andai in cucina a fumare e non potevo non ascoltare.

“E quindi tu sei dimostrabilmente piu esperto? Beh ma allora me lo devi mostrare un giorno, ma oggi no perché io poi mi metterei a ridere, e nemmeno domani, perché riderei lo stesso… Tu pensi seriamente che volevo venire a letto con te? Si… volevo.”

Pancho era k.o.. Non disse neanche una parola, si infilo la giacca e ando a prendere l’autobus notturno che lo avrebbe dovuto portare in centro. Forse verso altre porte, forse da altre ragazze, forse soltanto a una birra.

Katrin entro in cucina, mi guardo e a ridere inziai io, perché non sapevo cos’altro fare. Lei pero s’irrigidi. Prese una sigaretta dal pacchetto, l’accese e guardo i quattro muri della nostra cucina.

Si appoggio al frigorifero e disse: “E’ veramente orrendo qui. Ma apprezzo che almeno pulite il cesso e la vasca da bagno, che di solito negli appartamenti dei ragazzi sono le zone piu traumatiche. Al livello igienico. E io non mi voglio mica prendere un fungo, capisci? Com’e che vi siete messi insieme con quel Pancho?”

“Certe cose non si possono scegliere.”

Le racconto che ci eravamo trovati nello stesso posto allo stesso momento – sul bordo di un binario – e ci eravamo seduti nello stesso treno dell’ubahn, avevamo iniziato a parlare perché lui aveva visto la mia chitarra e io la sua, e li mi aveva proposto che potevo dormire da lui e poi ci eravamo messi d’accordo che ci potevo restare, da lui.

“Oh, che romantico,” ridacchio Katrin, “due sfigati vanno in giro per il mondo fino a che non vanno a sbattere contro nessun altro se non loro stessi. E questo ausgerechten qui. Tu sei davvero di Praga?”

“Si. Ci sei mai stata?”

“Una volta, con i miei…ma non mi ricordo nient’altro se non che era estate e noi eravamo in una grande piazza dove c’era una statua immensa di un cavaliere, mio padre disse qualcosa a proposito dei soldati russi che mitragliavano a pioggia, e io mi sono spaventata e mi e caduto il gelato e la mamma non me ne voleva comprare un altro perché li al chiosco c’era una fila terribile, e mia sorella stava gia con la mamma in un’altra fila per le serrature Fab, che da noi si non si trovavano. E’ tutto un po’ confuso, avevo circa sette anni, ma quel gelato era completamente diverso che da noi, era acquoso, viola e sapeva di mirtilli. Ne sento ancora il sapore sulla lingua. Questo e per me Praga – quel gelato al mirtillo e quella strana sensazione di paura. E tu eri mai stato prima a Berlino?”

“Si, varie volte. Non ero molto piu grande di te quando sono stato qui la prima volta, eravamo venuti a trovare uno zio che abitava a Köpenick. E poi andammo in centro con l’esbahn fino ad Alex…”

“E di Alex cosa ti ricordi?”

Dico che mi ricordo quella enorme torre che sembrava un leccalecca d’argento e che da li la citta sembrava come le costruzioni giocattolo. Che mi ricordo ancora il Palazzo comunista della repubblica, dove eravamo andati a prendere una coppa gelato e che una volta lo zio ce lo aveva portato in regalo e noi con quella scatola di plastica avevamo fatto una cava di sabbia per i pirati, a cui poi avevamo spparato con la fionda.

Era estate ed eravamo nella casa sui monti Jeseniky e lo zio si fermo da noi con la sua famiglia, mentre erano in viaggio verso i Tatra. Si arrabbio terribilmente, volle che lo mettessimo via velocemente prima che arrivasse qualcuno, guardava continuamente oltre lo steccato se non c’era qualcuno ad osservarci, che avevamo distrutto un simbolo della dedeer, un simbolo della pace, ammesso che sapessimo che cos’e la pace, lui ci credeva molto nella dedeer, anche se qualche anno dopo parcheggio la sua trabant davanti al nostro palazzone e scavalco il muro dell’ambasciata della Germania Ovest… Ma la mamma quella volta aveva cucinato il maiale al forno, e allo zio gli piaceva tantissimo, quindi dimentico velocemente sia la dedeer che la pace.

“Soprattutto mi ricordo l’odore. Non so perché, ma di solito nella vita mi ricordo i suoni e i rumori e le puzze. Mi ricordo la puzza del bratwurst e dell’olio bruciato, era bruciato in maniera completamente diversa che l’olio delle salsicce da noi. Poi mi ricordo anche la puzza pesante che emanava l’ubahn, che pero a me piaceva, come mi piace ad esempio la benzina.”

“Gli odori, capisco. Da piccola mi sniffavo il solvente, quasi come una drogata,” ride Katrin.

“A me invece attraeva il catrame.”

“Il catrame – e molto dannoso. Il catrame puzza come… Ti sei accorto che l’ubahn di Berlino puzza di catrame?”

Annuisco e racconto a Katrin che da piccolo mi persi nell’ubahn. Non so assolutamente come successe. Mia mamma mi teneva per la mano, e all’improvviso con quella stessa mano mi tenevo al palo vicino alla porta ed ero nel vagone circondato da gente completamente estranea, so che riflettevo se cominciare a frignare o se fare finta di niente. Il treno arrivo al capolinea, intorno c’erano solo palazzoni, era come la fine del mondo, io salii sul vagone che andava nel senso opposto e andai di nuovo verso il centro e poi di nuovo indietro, cosi fino a sera, non avevo neanche bisogno di andare in bagno, non avevo nemmeno fame, contavo le fermate ed ero contento che mentre il treno era in corsa si potevano aprire le porte e sputare nel tunnel, cosa che a Praga invece non era possibile.

“Non avevi paura?”

Dico di no. Ed e vero solo a meta. A volte si spegneva la luce, a volte il treno si fermava in mezzo a un tunnel, tipo per dieci minuti, e qualcuno apriva le porte sul tunnel perché nel vagone non si poteva respirare.

Racconto che osservavo la gente. Le donne allora avevano borse di plastica e tutti i ragazzi avevano infilati nelle tasche posteriori dei pantaloni dei pettini di plastica gialli o rossi e ai piedi sandali a fasce come non ne avevo mai visti. E da questo poi a Praga riconoscevamo sempre i compassi.

“Chi?”

“I compassi.”

Le spiego che e cosi che chiamavamo quelli che passeggiavano per il ponte Carlo e venivano dalla dedeer. Per via di quell’enorme simbolo sulla bandiera – il compasso, il martello e intorno il fascio di spighe. A me e a mio fratello ci piaceva e il nostro gruppo si era scelto proprio questo come logo... e ci avevamo festeggiato qualcosa come dei successi. Dico a Katrin che ci chiamavamo Drobny za bura e che suonavamo sotto la bandiera della Germania dell’Est perché il simbolo della dedeer esprimeva l’unione di intelligenza e forza, proprio come la nostra musica.

Dicevamo di provenire tutti da Sassnitz e cantavamo in tedesco e in ceco. Sui manifesti avevamo scarabocchiato: Drobny za bura – Made in Goetheuropa.

“E cosa cantavate?”

Mi ricordo una canzone che compose Wahadlo, cosi si chiamava il nostro cantante, e in cui cantava: Schnitzel und Bier, das ist dein Stil… dedeer e l’universo della mia giovinezza, dove mai mi perdero, dove non sono mai solo, dove butto giu un bratwurst a Rügen…Questa canzone si chiamava Rùgen 1988.

Ma il piu grande hit era decisamente Ain tzvai in cui Wahadlo urlava: Ich habe diabel, Ich bin der Lucifeeeer e le ragazze erano molto piu prese che con i Visaci Zamek e i Priessnitz, che andavano in scena dopo di noi. Ma questi Katrin non li conosceva.

Chiamavamo il nostro stile dedeer-punk, questo nome lo invento mio fratello per uno scherzo scemo, facevamo anche cover dei Puhdys, qualcosa di Karel Gott e dei Pistols e degli Stranglers.

Ci eravamo incagliati sullo scoglio, dove si infrangono molti sogni: grandi progetti, poca forza. E cosi era stato con ogni altro gruppo di cui ho fatto parte. Ma poiché i sogni non sono barche e non vanno a fondo cosi velocemente, ci si prova di nuovo e di nuovo. E se questo fosse il momento giusto?

“Ma e nell’ubahn i tuoi non ti cercarono?” chiede Katrin.

“Mi cercarono. E alla fine mi trovarono pure.”

Mi ricordo che doveva essere prima di mezzanotte, nel treno non c’era quasi nessuno, solo un paio di persone stanche, quando i poliziotti mi trovarono e mi chiesero come mi chiamavo, cosa ci facevo la, se non ero Petr Bem di Praga. Pensavano che non li capissi, ma io il tedesco lo sapevo fin da piccolo perché mia nonna era tedesca, di Jägerndorf in Slesia e nonostante conoscesse il ceco, con noi non parlo mai in altro modo che in tedesco.

Soltanto in quel momento mi ero messo a piangere, perché mi ero reso conto di avere una fame terribile e che se non avessi trovato mia mamma non avrei mangiato.

“Hei, ma tu sei logorroico.”

Annuii.

“E’ cosi che rimorchi le ragazze? Con le chiacchiere?”

“Capita, a volte…”

Capito.

Katrin mi abbraccio e mi morse le labbra. Soltanto allora mi accorsi che l‘incisivo superiore sinistro le sfuggiva verso destra. Ci baciammo.

“Lo senti questo sapore?”

“Quale?”

“I gelati viola…”

Fu tutto molto rapido. Tiro fuori dalla borsa un preservativo, si mise a sedere sul frigorifero che usavamo anche come ripiano. Mi attiro a sé, si tiro su la gonna e mi tiro giu i pantaloni.

A volte basta cosi poco e significa cosi tanto, a volte basta una sola parola per farci dimenticare un’intera frase, un intero capitolo, un intero libro, perché una parola cominci a costruirsi in nuove formule e capitoli.

Si sono qui per dimenticare e non rievocare, oppure per rievocare, ma prima di tutto dimenticare, ora divoro avidamente questa parola che ha funzionato come detonatore, e annullo il cervello.

Questa parola suona: “Scopami.”

Si, lo so, sarebbero due parole, ma di fatto il significato e uno solo. Uno e sempre lo stesso:

“Scopami. Scopami. Scopami.”

Il frigorifero si scuote tutto, Katrin ci danza sopra e la pentola con il leèo si scuote, la pentola con il leèo e due wurstel viennesi, il leèo con le uova che la mia Žeòa non sopportava…

Io la amavo e lei amava me.

Il frigorifero si scuote tutto e il motore dietro ci ringhia, Katrin sussulta e chiude una mano a pugno, perché grida ancora… aspetta… e da su cade un sacchettino con rosmarino e basilico. Katrin profuma di estate in Provenza, i suoi occhi adesso hanno la stessa intensita dell’aria laggiu al sud, che non la attira per niente perché lei e un tipo nordico e non le piace la carne sullo spiedo, come mi avrebbe detto in seguito.

Guardai fuori dalla finestra. Il cielo albeggiava.

Pancho Dirk non torno a casa. Il giorno dopo lo raggiunsi alla sala prove, dove avevamo appuntamento il pomeriggio per le prove degli U-Bahn. Era riuscito ad avere le chiavi di una vecchia torre della centrale idraulica vicino alla stazione Ostkreuz. Da lontano sembrava come la regina degli scacchi che ha perso i compagni di squadra. Oppure un immenso macinino per il pepe.

Da entrambi i lati e circondata dai binari dell’esbahn, come qui si chiama la linea veloce, che a Praga non si chiama in nessun modo, perché a Praga non c’e nessuna linea veloce.

Busso alla porta, Pancho mi apre e vola su per le scale. Si affaccia verso il basso.

Grida: “Mi vedi?”

Ma io lo vedo poco perché lassu e quasi buio. Ma lo sento. “Ubahn-ubahn-ubahn.” Questa parola picchia contro le pareti e mille volte rinvigorita fugge fuori dalla porta aperta. “Uuuuuuuubbbaaaaaaaaaaaaaaahhhnn… Vedi, qui non c’e neanche bisogno di amplificatori potenti.”

Questa grotta con un divano bitorzoluto e i muri neri era tutto per Pancho Dirk. Tutti soldi che guadagnava, li impiegava in attrezzatura di seconda mano. Aveva un complesso di microfoni, alcune chitarre, un basso, due amplificatori per chitarra usati, sui quali a quanto pare avevano rovesciato della birra i Toten Hosen durante un concerto a Berlino, cosa che nel bazar ne aveva decisamente fatto abbassare il prezzo, ma ne aveva aumentato la forza spirituale, come a Pancho piaceva dire, anche se comunque a lui i Toten Hosen facevano schifo. Ma questo aneddoto suonava bene. E in piu: aveva cambiato un paio di lampade e gli amplificatori ringhiavano come nuovi. In un angolo c’e la batteria Tama, in un altro le tastiere per bambini Casio. Tutti gli strumenti erano coperti dalla plastica.

“E’ per via delle schifezze che cadono da sopra.”

Dice che le ragazze non sono ammesse nella sala prove, solo in casi eccezionali, ad esempio quando non lo si puo fare da nessun’altra parte, a quanto pare affinché non guastino l’aria e l’atmosfera creativa. Ovvia che Pancho Dirk non lo pensava seriamente neanche un po’, ma era un buon pretesto in piu per puntualizzare che dietro quelle porte accadeva qualcosa di misterioso, unico, magico e attraente. Sulle ragazze ci contava ufficialmente per i concerti.

“E ti faccio vedere ancora una cosa,” scende un’altra volta di corsa le scale scricchiolanti, per portare giu un fusto di birra. Come vola lungo le finestre, come se fra un attimo si fermasse nell’aria. Il sole si riflette sulla lamiera, il fusto diventa un girasole e quando alla fine cade per terra, fa un rumore che mi ricorda il suono della campanella a scuola che annunciava l’esercitazione di emergenza, e noi ci dovevamo mettere le maschere a gas e marciare fino alla cantina e la stare seduti e non fiatare e il mio amico Jirka Najman vomito nella maschera ma per fortuna nel momento in cui era gia suonata di nuovo la campanella che indicava la fine dell’esercitazione, come adesso suona il fusto di birra che ha snidato i piccioni, che stavamo dormendo sopra, perché giu si suonano canzoni che i piccioni non capiscono.

“E lo saiiiiiii quanto paaaaaaaago per questo posto?” grida da su Pancho Dirk.

“Duecento?” grido da giu.

Da su: ”Ahahahahh!”

Da giu: “Cento?”

Da su: “Ahahahahhhhh. Mi devo soltanto fermare due volte al mese da una tipa che lavora all’ufficio ferroviario. E’ un’amica di mia mamma.”

“Cioe ci devi scopare?”

Pancho Dirk non rispose. Scappa giu per le scale e spegne la sigaretta in un grande posacenere di ferro di quelli che si trovano nei corridoi dei policlinici o nelle sale d’aspetto delle stazioni. Trabocca di mozziconi.

“Ma l’elettricita me la devo pagare da me. Ce la dividiamo in due? Intendo l’elettricita?”

Dico che e chiaro e Pancho Dirk prende in mano la chitarra, accende l’amplificatore e chiede com’e andata con Katrin. Gli dissi senza giri di parole com’era andata, tralasciando soltanto i dettagli intimi come il leèo sul frigorifero.

“Lo sapevo dall’inizio che le piacevi tu. Ma ci ho scritto una canzone. Una un po’ finta.”

Si prepara e comincia:

Ieri ho perso una ragazza
La cerco nel bagno, la cerco in una cassa
E’ scomparsa di mattina nel parco
Ho gli occhi umidi
Sono un po’ triste
Ma il tempo da domani sara meglio
Dice la signora della CNN

Ieri ho perso una ragazza
Nelle vene ho latte inacidito
Vola via da qualche parte, vola via con qualcuno
Sto davanti alla tele che e rimasta qui
E in testa ho desideri segreti
Ma gli aeroplani non cadono tutti i giorni

Ha detto: non sopporto quando mi spii
E io: non sopporto di essere solo
Ha detto: un nuovo amore splende come un razzo
E io: tieniti, senno cadi

“La mia certezza e che ogni perdita e una vittoria, perché ti fa rendere conto dei tuoi errori. Lo aveva detto una volta Roosvelt. Quindi quel taccuino sulle ragazze lo nascondero meglio ora. Solo che non so se il refrain non e un po’ troppo kitsch. Che ne pensi? Queste cose non le riesco mai a valutare,” chiede Pancho Dirk, dopo aver finito di cantare e aspetta una mia risposta.

“Beh e abbastanza buona. Io credo che non dovremmo aver paura del kitsch perché il sentimento e sempre presente nella vita.”

“E questo chi l’avrebbe detto?”

“Beh… Un poeta e rocker ceco. Il suo gruppo si chiamava Solomon Bob. Erano di Liberec e suonavano rock’n’roll. E io a Liberec andavo a trovare la mia prima ragazza.”

I muri della centrale idraulica vibrano leggermente e dall’alto nevicano minuscoli frammenti del vecchio colore. Come sempre quando intorno passa il treno.

Translation (c) Chiara Rea, 2006